PERSEFONE: il mito matrifocale

Se vogliamo che la tradizione delle donne venga ristabilita, è necessario scrivere nuove storie e creare nuovi miti, cantare nuove canzoni e far nascere nuovi archetipi.
Paola Biato

 

IL MITO DI PERSEFONE

 

Demetra aveva una bellissima figlia, Persefone, la quale vegliava sulle messi insieme alla madre, era attratta in modo particolare dai novelli germogli di grano che spuntavano dal suolo con delicata sfumatura di verde che era la sua preferita. Amava passeggiare fra le piante giovani, invitandoli a crescere e accarezzandone i virgulti più piccoli. In seguito, quando le piante erano quasi mature, Persefone le lasciava alle cure della madre e vagava sulle colline a raccogliere narcisi, giacinti e ghirlande di mirto per la chioma di Demetra. La stessa Persefone preferiva gli sgargianti papaveri rossi che spuntavano fra il grano. Quando Demetra si sentiva molto felice e serena, piccoli germogli di orzo e di avena spuntavano dalle impronte che lasciava sulla terra. Un giorno, seduta sul versante di un'alta collina, madre e figlia guardavano in molte direzioni i campi di grano di Demetra. Mentre Persefone giaceva sulla schiena, la madre le accarezzava lentamente i lunghi capelli. “Madre, talvolta nei miei vagabondaggi ho incontrato gli spiriti dei morti indugiare presso le loro dimore terrene, e talvolta persino i mortali possono vederli nell'oscurità della luna, alla luce dei fuochi e delle fiaccole. Vi sono spiriti che vagano inquieti, sebbene non abbiano nessuna intenzione di nuocere. Io parlo con loro, madre. Sembrano confusi, e molti non sono neppure consapevoli della loro condizione. Non c'è nessuno nel mondo infero ad accogliere coloro che sono morti da poco? Demetra sospirò dolcemente e rispose: “sono io ad avere sovranità sul mondo infero. Dalle profondità della terra sotto la superficie, traggo le piante coltivabili e le piante selvatiche. E nelle fosse sotto la superficie della terra ho insegnato ai mortali a depositare dalla mietitura fino alla semina, affinché il contatto col mio mondo infero li fertilizzi. Sì, conosco molto bene il regno dei morti, tuttavia devo compiere qui la mia opera più importante. Devo nutrire i vivi”.

Allora Persefone si girò sul ventre e pensò agli spiriti spettrali che aveva visto, e loro volti contratti per la sofferenza e lo sgomento.

“I morti hanno bisogno di noi, madre. Andrò da loro.”

Di scatto Demetra si alzò a sedere, mentre un brivido freddo l’ attraversava e frusciava nell’erba intorno a loro. Rimase muta per un momento, poi si affrettò a raccontare minuziosamente tutti i piaceri di cui godevano nel loro mondo di sole, di calore e di fiori fragranti. Disse alla figlia della tetra oscurità del mondo infero e la implorò di riconsiderare la sua decisione.

Persefone si alzò a sedere e abbracciò forte la madre, cullandola con lacrime silenziose.

Eppure la risposta di Persefone rimase immutata. Si alzarono e si incamminarono in silenzio giù per il pendio, verso i campi.

“Benissimo. Tu sei colma di amore da dispensare, e non possiamo donare soltanto noi stesse. Comprendo perché devi andare. Eppure se mia figlia, e per ogni giorno che rimarrai nel mondo infero, piangerò la tua assenza.

Persefone raccolse tre papaveri e tre fasci di grano. Poi Demetra la guidò a un abisso lungo e profondo, e creò per lei una fiaccola da portare. Immobile, osservò la figlia scende sempre più nelle profondità della terra. Con un braccio Persefone, teneva sul seno il grano della madre e con l'altro teneva alta la fiaccola.

Durante la discesa rimase sconcertata dal freddo, tuttavia non ebbe paura. Si addentrò sempre più in profondità, camminando lentamente e con prudenza sul sentiero roccioso per molte ore, circondata soltanto dal silenzio. Poi divenne consapevole di un flebile gemere, che a poco a poco crebbe di intensità, finché svoltò un angolo ed entrò in una caverna enorme, dove gli spiriti dei defunti, a migliaia, si aggiravano si accalcavano senza scopo, abbracciandosi a vicenda, scuotendo le teste è gemendo nella disperazione.

Persefone proseguì il suo cammino attraverso le ombre fino a masso grande e piatto, sul quale salì. Creò un sostegno per la fiaccola, un vaso per il grano di Demetra e, una ciotola ampia e poco profonda, colma di semi di melagrana, nutrimento dei morti. Mentre stava in piedi davanti a loro, la sua aura divenne sempre più calda e sempre più luminosa.

“Sono Persefone, sono giunta qui per essere vostra regina. Ciascuno di voi ha lasciato il proprio corpo terreno e ora dimora nel regno dei defunti. Se verrete a me, io vi inizierò al vostro nuovo mondo.”

Con un cenno chiamò i più vicini a salire sul passo a entrare nella sua aura. Mentre ogni spirito le passava dinnanzi, Persefone ne abbracciava la forma, poi indietreggiava e lo scrutava negli occhi. Prendeva alcuni semi di melagrana e li schiacciava tra le dita. Tingeva la fronte conun largo segno di succo rosso, simile nella forma al grano falciato, e lentamente dichiarava:” Sei salito alla pienezza della vita e sei disceso nell'oscurità; possa tu essere rinnovato nella tranquillità e nella saggezza.”

Per mesi Persefone accolse i defunti e né rinnovò la vita senza mai riposare e senza mai stancarsi.

Nel frattempo, sua madre, sempre sconsolata, vagò per la terra, nella speranza di incontrare la figlia, quando fosse riemersa da uno dei suoi segreti crepacci. Nel suo dolore riassorbì il proprio potere dai raccolti, dagli alberi, dalle piante. Proibì a qualunque nuova crescita di coprire la terra. I campi rimasero sterili anche se i mortali vi piantarono i loro semi. Struggendosi di solitudine, Demetra finalmente sostò sopra il versante di una collina e fissò i propri occhi infossati sul nulla. Per giorni e notti, per settimane e mesi, rimase seduta ad attendere.

Un mattino mattino, un anello di crocchi purpurei spuntò silenziosamente dal suolo a circondare Demetra, la quale osservò con sorpresa i nuovi arrivati dal mondo sotterraneo e si rammaricò di essere troppo debole per infuriarsi davanti a quella trasgressione del suo comando. Poi si chinò e li udì sussurrare nell'ebbrezza calda: “Persefone ritorna! Persefone ritorna!” Allora Demetra balzò in piedi e corse giù per la collina, attraverso le campagne, nella foresta. Agitando le braccia, gridò: “Persefone ritorna! Ovunque la sua energia fremette, spinse, scoppiò in tenera vegetazione e  e pallidi petali novelli. Gli animali persero la vecchia pelliccia rotolandosi nell’erba fresca e pulita mentre gli uccelli cantavano: “Persefone ritorna, Persefone ritorna!”

Quando Persefone emerse da un abisso tenebroso,  Demetra l’attendeva con un mantello bianco, fatto di crocco. Allora corsero l’una incontro all’altra e si abbracciarono, e piansero, e risero, e si abbracciarono, danzarono e danzarono. I mortali videro ovunque i miracoli della felicità di Demetra e gioirono nella nuova vita di primavera. Ogni inverno partecipano all’attesa di Demetra attraverso la tetra e fredda stagione di sua figlia. Ogni primavera sono rigenerati dagli annunci del ritorno di Persefone.

 

 (Le dee perdute dell’antica Grecia di C. Spretnak, edizioni Venexia)