Da Persefone a Vassilissa: prendere la madre, lasciare la madre

Il mito di Persefone e la fiaba di Vassilissa: due storie che trasmettono un antico sapere sul ruolo femminile, sia come figlia che sceglie la propria strada, che come madre che le permette di farla.

Nel mito e nella fiaba sono contenute le istruzioni e i compiti iniziatici per risvegliare la magia empatica tra la donna e il suo intuito e rafforzare questo felice legame.

L’intuito è il tesoro della psiche femminile, che permette la visione interiore, per ascoltarci dentro ad ogni svolta della strada.

Il tesoro viene trasmesso di madre in figlia, di donna in donna.

Nella nostra esistenza di figlie, c’è sempre un momento in cui bisogna lasciar andare la madre buona e protettiva, che ci impedisce di crescere, per unirci alla madre selvaggia, che ci inizia ad una conoscenza più profonda.

Non c’è maggiore benedizione che una madre possa dare alla figlia di un senso affidabile della veracità del proprio intuito.

 

La fiaba di Vassilissa è una storia di iniziazione femminile che per giungere a compimento necessita l’esecuzione di determinati compiti.

 

Il primo compito: consentire all’Ottima Madre di morire

Nella nostra esistenza di figlie, c’è sempre un momento in cui bisogna lasciar andare la madre buona e protettiva, che ci impedisce di crescere, per unirci alla madre selvaggia, che ci inizia ad una conoscenza più profonda.

La bambola in tasca ci permette di mantenere un collegamento, un filo di continuità con i doni e la sapienza delle antenate. Non c’è maggiore benedizione che una madre possa dare alla figlia di un senso affidabile della veracità del proprio intuito. 

La bambola donata a Vassilissa è il seme, che contiene il tutto, l’essenza della bambina.

 

Il secondo compito: abbandonare l’Ombra Primitiva

La matrigna e le sorellastre rappresentano gli elementi non sviluppati ma provocatoriamente meschini della psiche. Sono elementi oscuri, aspetti significativi di sé considerati indesiderabili dall’io, o non utili, e pertanto relegati nell’oscurità.  Spesso anche i doni di una donna vengono sospinti nell’oscurità. Riconoscere, accettare e integrare l’ombra,  ci permette di diventare più forti, più sagge, più complete.

In questa fase la tensione e la scelta è tra: compiacere le aspettative altrui e sentirsi esiliate da se stesse, ed essere se stesse ed essere esiliate da molti altri. 

 

Il terzo compito: la Navigazione nell’Oscurità

La bambola rappresenta lo spirito interiore di noi donne. È come l’uccellino che sussurra all’orecchio dell’eroina, le rivela il nemico nascosto e che fare per salvarsi. È il protettore mai visibile e sempre disponibile.

La relazione tra la bambola e Vassilissa simboleggia una forma di magia empatica tra la donna e il suo intuito. Questa è la cosa da passare di donna in donna, questo felice legame e nutrimento dell’intuito. Come Vassilissa, rafforziamo il nostro legame con la nostra natura intuitiva ascoltandoci dentro a ogni svolta della strada.

 

Il quarto compito: affrontare la Strega  Selvaggia

Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile originaria è incompleto senza l’assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della Vecchia Selvaggia.

La Baba Jaga è il midollo della Donna Selvaggia. La Baba Jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale.

Vassilissa rimane e accetta la divinità della madre Selvaggia, con verruche e tutto il resto. Una donna deve riuscire a stare di fronte al potere perché alla fine una parte di quel potere diventerà suo. Affronta la Baba Jaga non mostrandosi ossequiosa o vanagloriosa o piena di millanteria, non fugge né si nasconde. Si presenta con tutta sincerità così com’è.

 

Il quinto compito: servire il Non Razionale

In questa parte del racconto Vassilissa chiede alla Baba Jaga il fuoco: le sarà dato se in cambio eseguirà alcuni lavori domestici.

Fare il bucato è il primo compito. Lavare qualcosa è un rito di purificazione senza tempo. È un simbolo  della purificazione della psiche nel suo complesso.

Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Gli indumenti sono come noi, mille volte indossati, finché idee e valori non si allentano per il passare del tempo. Il rinnovamento, la rivivificazione, avvengono nell’acqua, nella riscoperta di quanto consideriamo vero, di quanto riteniamo sacro.

Scopare la capanna e il cortile.

Ramazzare significa dar valore alla vita non superficiale ma anche occuparsi del suo ordine. Nello spazio sgombro la natura selvaggia delle donne fiorisce meglio. Ramazzare la capanna e il cortile della Baba Jaga, significa mantenere sgombre e in ordine anche le idee insolite, non comuni, mistiche, fantastiche.

Accendere il fuoco per cucinare per la Baba Jaga: la donna deve voler bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio per qualunque cosa ami veramente. È in realtà questa passione che permette di cucinare, e a essere cucinate sono le idee sostanziose. Per cucinare per la Baba Jaga, dunque, bisognerà accertarsi che la propria vita creativa abbia sotto un bel fuoco.

 

Il sesto compito: selezionare e separare.

In questa parte del racconto la Baba Jaga impone a Vassilissa dei compiti psichici molto

Impegnativi:

  • "apprendere e discriminare, separando una cosa dall'altra con sottilissimo discernimento, imparando a fare sottili distinzioni nel giudizio. Come ad esempio sapere la differenza tra cose dello stesso genere - come tra il vero amore e il falso amore e le chiede anche di distinguere una medicina dall'altra.
  • Osservare il potere dell'inconscio e il modo in cui opera anche quando l'io non è consapevole (le mani che appaiono nell'aria).

C'è qualcosa nella psiche, qualcosa della bambola selvaggia, qualcosa sotto, sopra, o nell'inconscio collettivo che seleziona i materiali mentre dormiamo e sogniamo.

 

Il settimo compito: domande sui misteri.

Vassilissa fa domande sui cavalieri che ha incontrato.

I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita - il nero per dissolvere gli antichi valori, il rosso per il sacrificio di illusioni preziose, e il bianco per la nuova luce, la nuova conoscenza che viene dall'aver sperimentato i primi due.

 

L'ottavo compito: stare a quattro zampe.

Alla Baba Jaga ripugna la benedizione della mamma morta e dà a Vassilissa la luce - un teschio infuocato su un bastone - le dice di andarsene. Ecco i compiti di questa parte del racconto: "assumere un immenso potere di vedere e influenzare gli altri (ricevendo il teschio). Guardare le situazioni della propria vita sotto questa nuova luce (ritrovando la via per tornare alla vecchia famiglia acquisita)".

Il significato della benedizione per la Baba Jaga è la madre troppo dolce. Se la dolcezza può stare nel selvaggio, il selvaggio non può restare troppo a lungo nella dolcezza.

Quando Baba Jaga dà a Vassilissa un teschio acceso, le offre un'icona, da donna vecchia, “un sapiente ancestrale” da portare con sé per la vita. La inizia a un'eredità matrilineare di sapienza.

 

Il nono compito: riplasmare l'Ombra.

Ecco i compiti psichici di questo periodo: "far uso della vista acuta (gli occhi di fuoco) per riconoscere e reagire all'ombra negativa della propria psiche e/o agli aspetti negativi di persone ed eventi nel mondo esterno. Riplasmare le ombre negative della propria psiche con il fuoco-strega (la famiglia acquisita che torturava Vassilissa viene incenerita)".

Una luce accesa proviene dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, e dalla bocca del teschio.

Dunque il teschio è un'ulteriore rappresentazione dell'intuito - non fa del male alla Baba Jaga o a Vassilissa - e ha una sua capacità di discriminazione. Ora Vassilissa porta la fiaccola della conoscenza. Può udire, vedere, odorare e gustare coi suoi sensi ardenti, possiede il suo Io.

Lasciar morire le cose è il tema della fine del racconto.

Quando siamo collegate all'io istintuale, all'"anima" del femminino che è naturale e selvaggia, invece di guardarci in giro per vedere tutto quel che è in mostra, diciamo a noi medesime: “Di che cosa sono affamata?” Senza guardare quanto c'è all'esterno, ci avventuriamo all'interno e ci domandiamo: “Che cosa desidero ora?” oppure “A che cosa aspiro? Per che cosa mi struggo?”

(liberamente ispirato a "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estès) 

 

Paola Biato

 


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